Lo Psicologo nei percorsi di Inclusione Sociale e Lavorativa

L’importanza di offrire un sostegno psicologico alla persona con disabilità permetterà di accettare la propria disabilità e trovare dentro sé stessi il proprio talento, ovvero tutti quegli aspetti legati alla propria disabilità che potranno così iniziare ad essere considerati come dei punti di forza e non delle limitazioni.

Prima procedere nella descrizione di come un servizio di sostegno psicologico possa offrire benefici all’interno di tutti quei servizi che promuovono l’integrazione sociale e lavorativa dei ragazzi con disabilità, è opportuno soffermarsi su chi è lo Psicologo poiché, ancora oggi, ruotano moltissimi pregiudizi intorno a questa figura professionale.

Lo Psicologo è colui che dopo 5 anni di studi universitari ha svolto un tirocinio di un anno e, successivamente ad un esame, si è abilitato per poter esercitare la professione. Egli interviene all’interno di diversi ambiti specifici per conoscere, migliorare e tutelare il benessere psicologico e la salute mentale di diverse tipologie di persone (bambini, adulti, anziani).

La professione stessa di Psicologo è ordinata dalla Legge n.56 del 18/02/1989 ed è disciplinata dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. Alcuni ambiti professionali ricoperti dallo Psicologo sono oggi molto noti, come ad esempio il disagio mentale ed emotivo, la tutela dei minori, le varie forme di dipendenza, la selezione del personale all’interno delle aziende… Altri, come quello dell’inclusione socio-lavorativa, sono meno conosciuti.

Il bagaglio di conoscenze, competenze e capacità formali che lo Psicologo clinico acquisisce, unitamente alle molteplici esperienze non formali, come può essere quella del volontariato o del Servizio Civile, offrono la possibilità di diventare una risorsa fondamentale per tutti quei giovani che, in difficoltà e con difficoltà, si trovano in una fase delicata e di passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro.

Con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 13/12/2006, tali diritti vengono collocati per la prima volta all’interno dei diritti umani e come tali, vengono considerati dalla collettività. La Convenzione ONU ci aiuta a guardare la disabilità da un punto di vista bio-psico-sociale (Engel, 1977) come paradigma di riferimento della classificazione internazionale della disabilità, introdotta nel 2002 con ICF (il documento sulla Classificazione Internazionale del Funzionamento). L’intervento è stato così rivolto non alla singola persona ma alla persona nel suo ambiente di vita. Sulla spinta della normativa internazionale ed europea in materia di disabilità, anche l’ordinamento italiano istituì la Legge 68/99 riguardante le Norme sul diritto al lavoro dei disabili che promuove l’inserimento e l’integrazione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro attraverso il collocamento mirato. Questa Legge prevede il reale incontro tra capacità lavorative della persona con disabilità e le esigenze delle imprese. Lo strumento ICF ha rappresentato, dunque, una rivoluzione in tal senso poiché prendeva per la prima volta in considerazione i fattori contestuali e ambientali in cui la persona si trovava a vivere, ponendo sullo stesso piano sia gli aspetti riguardanti la loro salute, come proposto dal modello medico, sia gli aspetti di partecipazione sociale, il tutto in relazione con i fattori ambientali.

All’interno di questo ventaglio, lo Psicologo interviene con uno scopo comune: fornire una visione globale della persona e non della malattia, focalizzandosi sullo sviluppo delle sue abilità in un contesto ambientale favorevole.

Lo Psicologo ha il mandato di mettere al centro di questi ragazzi la loro soggettività, la loro complessità in un’ottica dinamica ed aperta alla vita adulta. Deve ascoltare e dare spazio alla loro storia, tutelare il diritto a raccontarsi ed esprimersi, cercando di comprendere il modo in cui è stata ed è vissuta da loro la disabilità e cosa questo ha rappresentato nel contesto sociale e culturale nel quale ci troviamo. Questo è vero sia per il ragazzo, sia per la sua famiglia (genitori, fratelli) ai quali deve essere offerta la possibilità di essere ascoltati, compresi e accompagnati nei momenti di vita dell’intero sistema familiare, soprattutto quelli legati alla transizione e allo svincolo. Avere uno spazio di contenimento permetterà loro di parlare delle difficoltà che stanno incontrando all’interno di un setting protetto, privo di giudizio, che potrebbe avere tra gli obiettivi quello di accompagnare i familiari verso una consapevolezza di assunzioni di responsabilità. Un aspetto importante e funzionale anche secondo l’ottica di una crescita personale del giovane adulto.

 Di seguito un estratto del libro "Il disabile adulto. Anche i disabili diventano adulti e invecchiano" (2009):

La costruzione del progetto di vita non può ridursi né a compilare delle schede, né a diagnosticare dall’esterno, né a dettare all’altro quello che è bene per lui o per lei. Il progetto di vita esiste se vi è effettivamente vita; se vi è contatto vitale tra la persona disabile e gli operatori che lo seguono, se vi è contatto vitale tra la persona disabile e il suo contesto di vita; se la persona disabile stessa è trattata come soggetto della propria storia e non come oggetto di una storia scritta da esperti.

L’importanza di offrire un sostegno psicologico alla persona con disabilità permetterà di accettare la propria disabilità e trovare dentro sé stessi il proprio talento, ovvero tutti quegli aspetti legati alla propria disabilità che potranno così iniziare ad essere considerati come dei punti di forza e non delle limitazioni. Essere affiancati da uno Psicologo permetterà al giovane adulto di sperimentare e lavorare su di sé, crescere e sviluppare un’autonomia personale.

Per concludere, lo Psicologo ha un importante ruolo sia nel lavoro di rete con gli altri servizi territoriali, sia nel campo della disabilità, oltre che nella cura e nel prendersi cura: aspetto fondamentale, se non indispensabile, per provare ad ottenere dei risultati quanto meno soddisfacenti in termini di integrazione sociale e lavorativa del giovane adulto e consapevolezza delle proprie potenzialità.

Bibliografia
  • Benini, R. (2001). La psicoterapia in ambiente. Arezzo: Alberti.
  • Canevaro, A., Chieregatti, A. (2000). La relazione di aiuto. Roma: Carocci.
  • Engel, G.L. (1977). La necessità di un nuovo modello di medicina: una sfida per la biomedicina. AeR, Anno XV – N. 1, 2006.
  • Giosuè, F. (1998). L’inserimento lavorativo delle persone disabili. Bologna: Opera dell’Immacolata.
  • Goussot, A. (2009). Il disabile adulto. Anche i disabili diventano adulti e invecchiano. Santarcangelo di R: Maggioli Editore.