I Capricci dei bambini: reale bisogno o semplice opposizione?


Comunemente considerati come comportamenti oppositivi di "non obbedienza" i capricci rappresentano qualcosa di più profondo, ovvero un tentativo del bambino di comunicare il suo malessere.

Cos’è un capriccio?

Il termine capriccio viene utilizzato per intendere un comportamento non consono o, comunque, non desiderabile, esibito in una data situazione (es. il pianto disperato del bambino durante il momento della spesa, le urla incontenibili, il buttarsi a terra per strada, il non obbedire alle richieste dell’adulto) questo in particolare quando avviene in contesti sociali, dove la preoccupazione principale del genitore diventa quella di non fare brutta figura o, comunque, l’essere classificato come un cattivo genitore.

Cosa rappresenta per il bambino?

Il capriccio è generato da un forte momento di frustrazione che il bambino non riesce a gestire con i mezzi e gli strumenti a sua disposizione: il pianto, gli scatti d’ira non sono altro che richieste di aiuto che il piccolo invia all'adulto.

Verso i 2-3 anni di età i piccoli si esprimono spesso con il ‘no’, rigettando le richieste del genitore, poiché iniziano a percepirsi come unità separate dal caregiver, sviluppando una propria identità. Ecco come per l'uno un gesto può essere l’espressione del capriccio mentre per il bambino diventa affermazione di sé.

Come gestire un "capriccio"

Nel momento in cui il bambino fa i capricci occorre soffermarsi ad analizzare cosa li ha generati: bisogna mettersi nei panni del bambino per leggere la situazione dal suo punto di vista.

In pratica se un bambino vuole un gelato e l’adulto gli dice che lo compreranno dopo aver terminato la spesa, è molto probabile che il primo inizi a piangere perché il suo bisogno in quel dato momento non è stato soddisfatto. Il bambino non possiede appieno la visione della temporalità, e la concezione del posticipare non è contemplata nella sua mentalità, al contrario, ogni bisogno, desiderio ed emozione riguarda il qui ed ora.

Detto ciò, le regole impartite dal genitore sono importanti ed hanno un fine costruttivo, per cui il genitore non deve ne accondiscendere ad ogni richiesta del bambino, né essere eccessivamente autoritario limitando l’espressione della personalità del bambino. Bensì, la soluzione più adeguata sembra essere uno stile genitoriale attento, chiaro ma flessibile in grado di cogliere i bisogni del piccolo, fornendo le necessarie motivazioni per le quali ci si aspetta un determinato comportamento in una data situazione.

Scoppi di collera non serviranno a farlo smettere anzi piuttosto genereranno ulteriore frustrazione nel bambino.
Tuttavia, appare più utile adottare un tono di voce pacato per indurre un clima maggiormente sereno per contenere la frustrazione, cercando di sintonizzarsi con i bisogni del bambino, esponendo in modo chiaro e semplice le motivazioni delle richieste.

E' necessario avere presente che il bambino non detiene come l'adulto di strategie di coping e di problem solving per arginare stati emotivi frustranti perciò è importante che l'adulto lo aiuti a identificare le emozioni, contenerle e ad apprendere tali modalità specifiche che gli saranno utili per tutta la vita.

Quindi in conclusione, il "capriccio" segnala all'adulto un bisogno che crea frustrazione e che non riesce a gestire e tollerare, poiché è uno stato emotivo sgradevole, inoltre richiede aiuto all'adulto per soddisfare il suo bisogno e per arginare e contenere le sue emozioni.


Bibliografia
  • Bateman, A., Fonagy, P. (2006). Il trattamento basato sulla mentalizzazione: Psicoterapia con il paziente borderline. Milano, Raffaello Cortina.
  • Edelman, G. M. (1987). Neural Darwinism: The Theory of Neuronal Group Selection. New York, Basic Books.
  • Giedd, J. N. (2004). Structural magnetic resonance imaging of the adolescent brain. Annals of the New York Academy of Sciences, 1021, 105-109.
  • Lenroot, R. K., Giedd, J. N. (2006). Brain development in children and adolescents: insights from anatomical magnetic resonance imaging. Neuroscience and Biobehavioural Reviews, 30, 718-729.
  • Piaget, J. (1979). Lo sviluppo della nozione di tempo nel bambino. Firenze, La Nuova Italia editrice.